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Simulazione nel calcio: il VAR non basta?

L’introduzione del Video Assistant Referee (VAR) nel calcio aveva promesso di spazzare via le ombre e le polemiche, specialmente quelle relative alle simulazioni in area di rigore. Eppure, a distanza di anni dalla sua adozione nei maggiori campionati europei, il fenomeno del diving non solo resiste, ma sembra essersi evoluto in una strategia di gioco calcolata.

Il Paradosso del VAR

Il VAR ha indubbiamente ridotto gli errori arbitrali più eclatanti, punendo retroattivamente o smentendo rigori concessi troppo facilmente. Tuttavia, i giocatori continuano a “cercare” il contatto e, soprattutto, ad amplificare l’impatto di qualsiasi tocco ricevuto. La motivazione è semplice e brutale, come espresso spesso dagli addetti ai lavori: “Un giocatore che non esagera, che non ‘aiuta’ la decisione arbitrale, non aiuta la squadra”.

Questo atteggiamento riflette una mentalità pragmatica. Simulare, o meglio, enfatizzare una caduta, è percepito come un rischio calcolato necessario per ottenere un vantaggio (punizione o rigore) in situazioni cruciali. Anche se il VAR può intervenire, il primo impatto emotivo e la pressione sul direttore di gara restano elementi potenti.

La Logica Tattica Dietro la Caduta

Gli allenatori e i preparatori mentali sanno bene che in una partita di alto livello, la differenza tra vittoria e sconfitta è spesso determinata da episodi. Spingere l’arbitro a consultare il monitor o a fischiare immediatamente il fallo è visto come parte integrante della “furbizia” calcistica. Se il VAR corregge, si perde solo un’opportunità; se l’arbitro fischia e il VAR non ha prove sufficienti per ribaltare (il cosiddetto “clear and obvious error”), il vantaggio è servito.

In conclusione, finché la potenziale ricompensa (un rigore decisivo) supererà il rischio della sanzione (un cartellino giallo per simulazione), la tendenza a “tuffarsi” continuerà ad essere una parte, seppur controversa, del calcio moderno, con o senza l’ausilio tecnologico del VAR.

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